stampa invia

UN RECENTE CONVEGNO DI ELEA E ‘LIMES OLTREVERE’

Terra Santa,
Limes della storia

Marta Petrosillo

Terra Santa,<br> Limes della storia Per l’occasione, originata dall’uscita di due volumi della rivista di geopolitica ‘Limes’, hanno parlato di Terrasanta Maurizio Lupi, Piero Fassino e il cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo

L’unica soluzione realistica al conflitto israelo-palestinese è la creazione di due Stati distinti.
Tutti concordi i relatori intervenuti all’incontro “Terra Santa, Limes della storia”promosso il 15 luglio da Elea, ente culturale dei figli dell’Immacolata Concezione, appena una settimana prima del capitolo generale della congregazione. Il pomeriggio è stato organizzato da Gli eventi di Elea (che festeggerà a breve il terzo anniversario) in occasione dell’uscita del volume di Limes “La battaglia per Gerusalemme” e del quaderno “Israele senza Palestina” che raccoglie alcuni pezzi pubblicati dalla nota rivista di geopolitica negli ultimi venti anni.

“Ci sono articoli che resistono al tempo” ha detto Piero Schiavazzi, direttore de Gli eventi di Elea, seduto accanto all’amministratore delegato di Elea Domenico Temperini, al superiore generale dei concezionisti padre Aurelio Mozzetta ed al direttore di Limes Lucio Caracciolo. Rievocando un’intervista a Yitzhak Rabin, Schiavazzi ha ricordato il rimpianto dell’allora primo ministro israeliano per non aver accettato la risoluzione Onu che proponeva di separare politicamente Israele e Palestina.

Chi non ricorda la celebre stretta di mano tra Rabin e Arafat sotto lo sguardo soddisfatto di Bill Clinton nel settembre del 1993? Un’immagine che fece ben sperare la comunità internazionale sulle possibilità di riconciliazione. “Oggi la pace sembra più lontana di allora - ha detto Piero Fassino, relatore del Consiglio d’Europa per il Medio Oriente - Il tempo ha logorato la fiducia e questo ha aperto le porte al radicalismo islamico di Hamas”. Con il passare degli anni infatti i problemi da affrontare, secondo il processo di pace per gradi pensato ai tempi di Rabin e Arafat,
sembrano diventati insormontabili; e poi il conflitto tra Israele e Palestina è diverso dagli altri. “Qui non c’è chi ha torto e chi no, ma ci sono due ragioni: il diritto di Israele ad essere sicuro e quello della Palestina ad avere una terra in cui vivere”.

Per molti anni, dal 1948 al 1991, nessuna delle due parti ha voluto ascoltare le ragioni dell’altro. Poi con la conferenza di Madrid la pace sembrò più vicina e attuabile attraverso l’accettazione di quattro punti fondamentali: ristabilire i confini del 1967, interscambi di terre così da includere gli insediamenti dei coloni nei territori occupati, spartizione territoriale di Gerusalemme, e ritorno dei rifugiati palestinesi. “Nel mio recente viaggio in Medio Oriente ho costatato che tutti hanno chiaro l’assetto finale, ma non sanno come arrivarci - ha concluso Fassino - per questo devono intervenire le Nazioni Unite ed accompagnare le parti proprio come avvenuto nei Balcani”.

Anche Maurizio Lupi, intervenuto al posto di Gianfranco Fini, ha chiamato in causa la comunità internazionale: “Molti analisti ritengono la questione non decisiva o comunque congelabile, invece ignorano l’effetto domino positivo della pace in Medio Oriente, che restituirebbe vigore al dialogo ed all’accettazione della diversità”. Il vicepresidente della Camera si è rivolto quindi al “ruolo istituzionale” dell’Italia ma anche alla “coscienza” dell’Unione europea, preoccupato dallo stallo che pregiudica l’esito del processo di pace, oggi aggravato da condizionamenti esterni come il deterioramento dei rapporti tra Turchia e Israele ed il pericolo che rappresenta l’Iran per lo Stato ebraico. Il tema del conflitto israelo-palestinese è una delle questioni politiche che maggiormente interessano l’opinione pubblica. La Terra Santa rappresenta sicuramente un luogo strategico da un punto di vista geografico, ma ancor più importante racchiude in sé il patrimonio della spiritualità del mondo: “Le mura di Gerusalemme raccontano la domanda dell’uomo verso l’infinito. Noi cattolici dobbiamo sentirci responsabili nella costruzione della laicità positiva dello Stato”.

Chi meglio del cardinale Andrea Cordero Lanza di Montezemolo per parlare di Israele e Palestina? Il porporato è stato infatti in Terra Santa dal 1990 al 1998, ricoprendo gli incarichi di delegato apostolico a Gerusalemme e per la Palestina e nunzio apostolico per Israele. L’arciprete emerito della Basilica di San Paolo fuori le Mura ha aperto il suo intervento ricordando i cinque punti in cui si articola la posizione ufficiale della Santa Sede circa il conflitto: condanna inequivoca del terrorismo; riprovazione delle ingiustizie e delle umiliazioni imposte ai palestinesi come pure delle rappresaglie e delle ritorsioni; rispetto delle risoluzioni Onu da parte di tutti; proporzionalità nell’uso dei legittimi mezzi di difesa; dovere delle parti di tutelare i luoghi sacri, fondamentali per le tre grandi religioni monoteiste e patrimonio dell’intera umanità.

“Il processo di pace è materia politica - ha detto il porporato - ma il palcoscenico su cui si opera è molto complesso”. Entrano in gioco anche altri meccanismi come la riconciliazione tra le religioni che nel passato si erano allontanate a causa di differenze sostanziali, ma all’inizio degli anni Novanta si sono riavvicinate per evitare che gli aspetti religiosi creassero ulteriori difficoltà. Le stesse comunità cattoliche in Medio Oriente sono molto diverse tra loro. “Appena arrivato - ha raccontato - ho subito notato che non vi era una comune azione pastorale”. Riuniti allora i diversi vescovi l’allora delegato apostolico iniziò subito a lavorare per la costituzione di una conferenza episcopale. Con sua grande sorpresa, però, Roma rifiutò il progetto per l’impossibilità giuridica di riunire in un’unica assemblea i vescovi di chiese di rito latino e orientale. “Aggirammo l’ostacolo creando l’assemblea degli ordinari cattolici in Terra Santa. Fu un passo in avanti notevole perché finalmente eravamo un’unica famiglia”. Con gli anni anche i rapporti con le comunità cristiane non cattoliche andarono migliorando, “sebbene più tra i rappresentanti che tra semplici credenti”, e si registrarono notevoli avvicinamenti con le altre religioni, anche se non per questioni ideologiche.

Un altro momento storico cui l’odierno cardinale ha contribuito nei primi anni è il processo di normalizzazione dei rapporti tra Israele e Santa Sede, suggellato dall’accordo fondamentale del 1993. Durante il periodo da nunzio apostolico in Uruguay, il presule - quale decano del corpo diplomatico a Montevideo - aveva conosciuto Chaim Herzog, presidente israeliano dal 1983 al 1993. Insediato da pochi mesi a Gerusalemme, e dopo il via libera papale, Cordero Lanza di Montezemolo ha fatto visita al capo di Stato per perorare l’instaurazione di rapporti diplomatici tra Santa Sede e Israele. Herzog l’ha allora invitato a prendere contatto con altre autorità, tra cui il ministro degli Esteri Shimon Peres: “Ho trovato molta disponibilità e abbiamo subito creato la commissione bilaterale che dopo due anni ha portato all’accordo”.

Poi è stata la volta dei palestinesi. Arafat ha chiesto di ripetere con loro quanto fatto con Israele, anche se la Palestina non era un’entità statale: “Allora ci siamo inventati uno speciale scambio di rappresentanti. E’ questo ciò che deve fare la Chiesa: non necessariamente trovare le soluzioni ma creare le condizioni affinché tutti possano collaborare ad una pace giusta”.

Il pomeriggio, onorato dalla presenza di un folto pubblico, si è concluso con il video della canzone “Gerusalemme”. Sulle immagini del muro del pianto, della città vecchia e della Cupola della Roccia, le parole scritte da Amedeo Minghi: “Santa Gerusalemme benedetta, sei la speranza, confida nel tuo nome il respiro di tutta la terra”.