Angela Ambrogetti
La Nobildonna e gli Apostoli nella catacomba romana di Santa Tecla che conserva le più antiche immagini di Pietro, Paolo, Andrea e Giovanni.
A colloquio con il professor Fabrizio Bisconti, soprintendente archeologico della Pontificia Commissione di Archeologia sacra
Probabilmente sono le immagini più antiche in occidente. I volti degli apostoli Pietro, Paolo, Andrea e Giovanni che emergono dal buio della catacomba romana di Santa Tecla ci portano indietro nei secoli, al quarto dell era cristiana in una città dove il cristianesimo non è la sola religione. A riportarli alla luce e allo splendore dei colori vivi e intensi dell arte e della fede il sapiente restauro della Pontificia Commissione di Archeologia sacra che negli ultimi due anni ha recuperato gli affreschi di un intero cubicolo della catacomba. Una camera sepolcrale che si differenzia dai semplici loculi del resto della catacomba non lontana dal luogo dove era sepolto l Apostolo Paolo. Un vero scrigno di arte, anche se naif, che ha però il grande pregio di raccontare il culto e la fede di un periodo storico di cui non abbiamo molte testimonianze artistiche.
Ci vuole qualche minuto per abituarsi alla poca luce fredda, ai grandi pilastri di cemento che violentano le forme eleganti dei mausolei e dei mosaici, ma poi gli occhi incominciano a vedere quello che i secoli hanno conservato per noi. Le catacombe romane di Santa Tecla non sono meta del grande turismo di massa. Per fortuna. Sono piccole rispetto ai chilometri e chilometri di gallerie che si possono esplorare a San Callisto o a Santa Priscilla, ma nascondono il fascino dell'eleganza. Nel soffitto, dipinto a finti cassettoni, sono rappresentati Pietro, Paolo, Giovanni ed Andrea.
La piccola stanza è tutta affrescata con motivi decorativi e con alcune immagini bibliche e tratte dagli Apocrifi che poi si ripeteranno in altre catacombe. Eppure qui, a Santa Tecla, hanno il fascino di essere un nuovo inizio. La matrona romana, elegante e signorile, istruita raffigurata in un arcosolio, è forse una di quelle donne che, come Paola, facevano parte del circolo di San Girolamo e vollero dedicarsi ad una specie di "monachesimo domestico". E magari aveva viaggiato in Oriente, nella Costantinopoli del grande santuario voluto dall'imperatore per celebrare i 12 apostoli in pieno stile imperiale appunto.
A Roma però l' impero era in decadenza, e nelle catacombe, gestite dalla Chiesa per dare sepoltura cristiana a tutti, gli spazi erano esigui. Il culto degli Apostoli in Occidente, sarà "codificato" solo più tardi da Sant' Ambrogio. Ecco allora che quei quattro volti ci raccontano una parte di storia della comunità cristiana romana che da appena pochi decenni era stata "ufficializzata" da Costantino. Volti che seguono l iconografia orientale, con la barba come in Oriente e come saranno poi rappresentati nei secoli successivi.
Il merito della scoperta è degli archeologi della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra e della loro intuizione di usare un metodo innovativo per la pulitura degli affreschi. La Commissione, che si occupa della custodia di 120 catacombe in tutta Italia secondo un accordo con lo Stato italiano, ha messo in cantiere diversi anni fa un recupero completo della catacomba non lontana dalla tomba di San Paolo. L' area si trova sotto un moderno palazzo e subisce i dannosi effetti dell' umidità. Gli ultimo che videro gli affreschi furono gli archeologi del Sette e Ottocento e il sacerdote e studioso tedesco Joseph Wilpert. I suoi acquarelli raccontano tutte le catacombe romane. Barbara Mazzei, sotto la guida di Fabrizio Bisconti, è partita da lì.
Le incrostazioni di sali, spesse anche 4-5 centimetri, non erano però facilmente rimovibili con i tradizionali metodi meccanici. Così, dopo un anno di tentativi, ecco l' idea: il laser. E stato un vero cantiere pilota, perché la luce del laser per "rompere" l'incrostazione senza danneggiare il dipinto, non era mai stata usata in un ipogeo, e così saturo di umidità. Ma, grazie anche alla collaborazione con il CNR, il miracolo è avvenuto. Ed ora volti e decorazioni sono splendidi.
La catacomba è visitabile solo a richiesta tramite la Commissione che ha investito in due anni circa 60 mila euro su questo restauro reso completo anche da un moderno impianto di illuminazione. Ad accompagnare il lavoro un volume di studi con tavole magnifiche che mostrano i dettagli dei dipinti addirittura meglio che la visione degli originali. Volti che ci interrogano, come quello della nobildonna sconosciuta che ha voluto gli Apostoli come compagni per la sua "Vera Vita".
A colloquio con il professor Fabrizio Bisconti
Sono sicuramente le più antiche in tutto lecumene cristiano, ci spiega il professor Fabrizio Bisconti soprintendente archeologico della Pontificia Commissione di Archeologia sacra, perché in oriente limmaginario iconico degli apostoli comincia con la cultura bizantina: sono immagini tardo antiche e danno i primi tratti del volto degli apostoli. Poi diverranno molto più incisivi, più forti. Questo è il primo tentativo di una elaborazione articolata dei ritratti degli apostoli. Soprattutto per Andrea e Giovanni, perché le immagini di Pietro e Paolo erano già nate in occidente. Forse in qualche edificio di culto di età costantiniana cerano delle immagini, ma abbiamo perduto tutte le decorazioni degli edifici di Costantino e non è escluso che qualcosa ci fosse. Io penso che le invenzioni siano romane. Costantino inizia il culto degli apostoli nella nuova Roma, Costantinopoli, con la costruzione dellApostoleion e, secondo Eusebio, cerano dodici cippi, stele della memoria degli apostoli: chissà che non ci fossero anche delle immagini. Non abbiamo molte informazioni sulle immagini, perché gli autori del tempo parlano sempre di monumenti, regali, doni, argenti, altari, ma mai di immagini.
E molto significativa la figura della nobildonna, che si fa proteggere dagli apostoli e così comincia un nuovo culto?
In effetti è un po come la rottura di un tabù. Bisogna ricordare che gli aristocratici dellepoca erano anche i depositari della cultura. In quel momento non cera nè una grande alfabetizzazione nè una conoscenza raffinata dei sacri testi. Laristocrazia e il clero detenevano la cultura. Il fatto che questa nobildonna scelga gli apostoli come protettori significa avvicinarsi con coraggio sconcertante alla sfera religiosa. Una cosa che poteva fare solo un aristocratico. Un cristiano ordinario non si permetteva di fare questo. E un osare lavvicinarsi al sacro.
Che tipo di società è quella romana, di fine quarto secolo ?
E una società molto cristianizzata, ma anche molto mista: la multi religiosità ancora imperversa a vari livelli. Cè una grande base di basso livello economico e sociale cristianizzata; l adesione delle masse è sicura. A livello aristocratico ci sono da sempre alcuni che sono magari anche solo simpatizzanti del cristianesimo, ma donano i loro terreni a questa nuova fede. Alcuni invece diventano cristiani. Gli aristocratici sono in genere paradossalmente gli ultimi a convertirsi. Specialmente i membri del Senato. Ma quando si convertono, lo fanno con stile, hanno le tombe più belle, patrocinano la costruzione di edifici di culto, di oratori, lo fanno oltre che con il pensiero anche con il denaro.
Chi è Santa Tecla?
Le notizie più interessanti vengono dagli itinerari medioevali. In particolare dalla Notitia Ecclesiarum, detto anche manoscritto di Salisburgo, dove nel VII secolo un pellegrino racconta che è arrivato a Roma per visitare le tombe dei martiri e che al secondo miglio della via Ostiense, non lontano dalla tomba di Paolo, intravedeva un colle dove cera una basilica dedicata ad una Santa Tecla. E diceva che nella cripta cerano memorie e reliquie di questa santa. La basilica naturalmente non cè più, ma è stata trovata la catacomba nel XVII secolo, e all epoca si pensava fosse la Tecla di Iconio, la Tecla di Paolo per intenderci. Il pellegrino vede anche una catacomba dedicata a Timoteo, e si crea una geografia paolina. Ma la domanda è: sono invenzioni del VII secolo o cè stato un arrivo di reliquie di Tecla e Timoteo da sistemare nelle catacombe esistenti che cambiano nome? Padre Umberto Fasola, che negli anni 60 e 70 aveva ristudiato la catacomba, era convinto che invece si trattasse di una Tecla romana. Esiste infatti nella catacomba di Commodilla una epigrafe con un nome, domina, cioè santa Tecl... Pensando alla geografia paolina della zona non credo si tratti di una Tecla romana, ma su questo gli agiografi si dividono.
Il prodigio del laser?
Noi abbiamo più di 400 pitture a Roma da curare, molte ancora da restaurare. A Santa Tecla un calcare scuro copriva le immagini: per rispondere a chi chiedeva di poter rivedere gli affreschi, il primo tentativo è stato fatto dapprima con i metodi tradizionali. Un bisturi molto leggero, impacchi di carta giapponese con un po di ammonio, e siamo arrivati ad alleggerire molto e si vedeva qualcosa. Allora la dottoressa Barbara Mazzei, severa e implacabile ricercatrice dei sistemi di restauro in catacomba, ha capito che visto il microclima si poteva tentare con il laser. Abbiamo fatto delle prove e ci siamo accorti che il laser che non è altro che una concentrazione di calore puntiforme, che scalda la pellicola di calcare che si spacca e si asporta poi con il bisturi. E si deve aver la fortuna che si sia creata una camera daria tra calcare ed affresco. In questo caso laffresco era intatto.
A proposito di restauri. Spesso vi trovate a dover fare i conti con restauri di tempi passati che non sempre hanno conservato al meglio le opere. Cosa penseranno dei vostri tra cento anni? Quali sono le prospettive future di questo lavoro?
Sta uscendo ora una mia pubblicazione di venti anni di restauro delle catacombe: noi ora abbiamo una prospettiva piccola, sappiamo cioè cosa sta succedendo ai restauri che abbiamo fatto al massimo 20 anni fa e ci siamo accorti che non ci sono stati variazioni. La nostra è stata una politica molto semplice, cioè il meno invasiva possibile. Luso del laser può sembrare invasivo ma non lo è, anzi è un metodo molto attento e naturalmente va utilizzato da professionisti. Ma anche per i restauri tradizionali abbiamo usato gli impacchi di acqua demineralizzata e altro. Nel passato non cera una concezione del restauro. La catacomba veniva scavata, svuotata; quando si trovavano gli affreschi venivano lavati, ed era la cosa peggiore che si potesse fare perché si lavavano con le ramazze, e poi le fratture venivano fermate con i cementi, ma il cemento nero tirando spacca l affresco. E quindi la prima cosa che noi dobbiamo fare e che abbiamo fatto a Santa Tecla è stato eliminare queste suture nere che sono state fatte. Daltra parte questi cementi neri hanno anche tenuto insieme gli affreschi che altrimenti sarebbero caduti. Quindi non si possono criticare troppo, semmai si criticano gli esperimenti fatti senza avere un idea professionale alle spalle.