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PREDICATORI MEDIEVALI DI M. GIUSEPPINA MUZZARELLI (il MULINO)

Nostalgia delle belle omelie

Cristina Borzacchini

Nostalgia delle belle omelie Sembra che il pubblico, stupefatto e quasi attonito, pendesse letteralmente dalle sue labbra
(su Bartolomeo da Nibbia, p. 218)


Pescatori di uomini: e chi è pescato non finisce in padella ma nel gran mare dell’Essere! Quando vidi questo libro mi proposi di leggerlo in parallelo con le Omelie per l’anno liturgico del cardinale Giuseppe Siri. Perché l’indimenticabile pastore genovese attribuiva somma importanza all’omelia (si legga l’Introduzione di monsignor Giacomo Barabino). E chi se le scorda le sue? Ma la sacra eloquenza è un ricordo e si sentono ‘prediche’ che sono un insulto per chi le ascolta. A chi non è capitato dopo il Vangelo di vedere il tale sacerdote sbracciarsi, spostare il microfono, giocare con gli occhiali, addirittura far intervenire il pubblico e suscitare risatine, fare domande? Che pena… e questo, lo dico col cuore, non è acida critica ma acuta percezione dello svilimento della Parola di Dio che comunque sentono molti e se ne parla, tra chi ci tiene, sperando in un cambiamento... Non accadeva quando c’era chi dell’arte della comunicazione era maestro, come nelle piazze alla fine del medioevo (che scopriamo sempre meno buio, non si usi più questo tristissimo luogo comune!), tema del quale qui si parla in modo particolare, grazie a Pescatori di uomini. Predicatori e piazze alla fine del Medioevo, di M. Giuseppina Muzzarelli (il Mulino).

Virtuosi della parola, del gesto, che sapevano coinvolgere e suscitare lacrime, pentimento, conversione. Non che oggi i predicatori o i pastori che sanno predicare non ci siano, ma non sono udibili su piazza comune. In rari ambiti, in speciali occasioni, in chiese ‘gettonate’, per usare un’espressione assai mondana o nella tal parrocchia forse si riesce a ricavare ancora qualcosa di buono. Per il resto… spazio all’iniziativa personale per un nutrimento spirituale: i santi, la parola dei Padri e naturalmente il magistero di Benedetto XVI (per esempio in tre udienze ecco san Tommaso come mai l’ho sentito, in una sintesi mirabile). Certo si è in presenza di una mente eccelsa, ma a livelli diversi sarebbe possibile una buona parola seminata nel cuore se ci fosse più preghiera, più preparazione, senza estrapolare qualche frase qui e là in appunti indecifrabili davanti all’uditorio, peggio presa in qualche sito web.
Oggi, più che mai un’omelia ben fatta servirebbe molto ad avvicinare la gente che, talvolta nella Messa domenicale ha l’unico punto di contatto con la Chiesa/parrocchia. Ma… dopo pochi minuti si guarda l’orologio, si incrociano le braccia, si accavallano le gambe, ci si sventola con il foglietto della Messa che ha disabituato all’ascolto delle letture, non è forse vero? Perché non c’è cosa attiri l’attenzione, quel pensiero che accende una luce, quel passaggio che fa vibrare il cuore. E sono considerazioni che ho udito anche tra… confratelli quando tocca a loro essere tra l’uditorio!
Chiedo scusa, tra le omelie del cardinale Siri e questo libro mi si è aperto un mondo e, ahimè, la banalità colpisce le mie orecchie come una frustata. Parlo da semplice fedele che, come molti pur con il bagaglio di difetti, mancanze e leggerezze personali, vede nella Chiesa la Madre e la Maestra cui aggrapparsi, quella roccia salda nonostante la tempesta, nella quale e per la quale i predicatori del tempo antico erano maestri. E non si parli di artifici, effetti speciali, il far leva sulla paura! Noi abbiamo secoli di esperienza dietro le spalle, e mi pare che in fatto di coerenza oggi non siamo imbattibili. Quindi, anche nel caso della predicazione medievale non guardiamo con i nostri parametri quello che va guardato con gli occhi dell’epoca.
Siamo in una piazza, il pulpito è montato, il sole è cocente. Tutti ascoltano con attenzione, c’è anche chi prende appunti su tavolette di cera e ricopia su fogli, così le tavolette saranno pronte per fissare il prossimo sermone… Oggi il pulpito nelle chiese è ammirato come opera d’arte, per i simboli che lo adornano, (penso all’ambone romanico della basilica dell’Isola di San Giulio… quel monaco con il bastone, ritenuto Guglielmo da Volpiano, sembra guardare proprio te!) ma per i secoli passati era spazio vivo. Il predicatore faceva udire la sua voce, ben udibile da tutti, senza microfono, soprattutto nelle chiese delle città.
Non ci sono solo Bernardino da Siena o Francesco d’Assisi, ma Giordano di Pisa, cui si deve il primo ciclo di prediche registrato in volgare e ritenuto forse il più grande predicatore prima di Bernardino; Francesc Eiximenis per il quale «la città è congregazione concorde di molte persone che comunicano e vivono insieme»; ben prima ancora il sommo Agostino che nel De doctrina christiana dice che il fine della predicazione è insegnare. Bellissima la definizione di Alano di Lilla, autore dell’Ars praedicandi per il quale «la predicazione è un insegnamento pubblico e collettivo dei costumi e della fede» (praedicatio est manifesta et publica instructio morum et fidei, informationi hominum deserviens, ex rationum semita, et auctoritatum fontem proveniens). Scopriamo Guiberto di Nogent e poi ancora Bernardino da Feltre, Roberto Caracciolo da Lecce, Giacomo della Marca, Michele Carcano da Milano, Bertoldo di Alemagna, i più noti Giovanni da Capestrano e Girolamo Savonarola…
Prediche anche a puntate, esigenza che l’uditorio fosse puntuale e non arrivasse a metà, vanificando la fatica del predicatore, non facesse vagare gli occhi, non si addormentasse. Insomma, regole ferree, da parte di chi parla e chi ascolta. Preparazione diligente, persino nell’avere le physique du rôle, nel gesto e senso del dovere, ma anche un diverso senso del sacro, del religioso, dell’importanza della predica e poi gli effetti nella vita sociale, come testimonia la nascita dei Monti di Pietà.
Recensire questo libro è una pena! È uno di quei testi che ti dà così tanto che sembra sempre poco quello che dici, almeno sia trasmesso l’entusiasmo! I capitoli, ricchissimi di informazioni, sono tre: Come si fa una predica, La parola in piazza, Bernardino da Feltre pescatore. Le note, l’indice dei nomi e la bibliografia storica completano la pubblicazione, con tavole a colori di opere che ritraggono il momento della predica, trasportandoci nel mondo nella piazza di Siena, davanti alla basilica di Collemaggio o durante un falò di libri proibiti o di vanità. Ritualità, gesti, esempi, la folla che applaude, trascinata in un entusiasmo collettivo che poi si scompone nella personale risposta.
Anche se si è annoiati, o stanchi, o trascinati quasi con forza dall’amico o dalla moglie, ecco che la parola scende e lievita. L’amo è gettato e l’uomo, ormai pesce, è pronto per gustare la parola che istruisce e lascia un segno nell’etica, nella pietà e alimenta gli atti di misericordia spirituale e corporale. Chi oggi sopporta pazientemente le persone moleste? Ma perché si deve?!? Evidentemente la persona in questione, pur al corrente dell’ultima indiscrezione del mondo del cinema, scopriva qualcosa che nessuno le aveva mai proposto…
Ecco che un parlare che sia, per le parole di Bernardino «chiarozzo chiarozzo, acciò che chi ode, ne vada contento e illuminato, e none imbarbagliato», pare oggi necessarissimo! E dunque, ancor una volta la modernità e oltre nella quale siamo immersi è carente di qualcosa che era considerata necessaria come il pane, il lavoro, l’assistenza caritativa. Che questo libro, anch’esso non propriamente da spiaggia, visto il momento di vacanza, possa essere tuttavia letto come un’ottima predica di storia e apra lo spiraglio su un mondo passato ma che può insegnare a noi, tante volte troppo presuntuosi per apprezzarlo.


M. GIUSEPPINA MUZZARELLI
Pescatori di uomini
Predicatori e piazze alla fine del Medioevo

Biblioteca storica
il Mulino
pp. 320, 22,00 euro

Si veda, perché citato:
CARD. GIUSEPPE SIRI

OMELIE per l’anno liturgico
Fede & cultura
pp. 304, 25,00 euro