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RIFLESSIONI DOPO UN ANNO SCOLASTICO VICINO A SHANGAI

Cina: i giovani e l’Occidente

Irene Bonati

Cina: i giovani             e l’Occidente (g. rus.) Da più di mezzo secolo esiste in Italia un’organizzazione, Intercultura, che promuove il dialogo tra gli umani attraverso gli scambi scolastici. Ente morale dal 1985, onlus dal 1998, da quattro anni annovera anche la Cina tra i Paesi di riferimento. E’ così che ad esempio nel settembre 2008 venti studenti sono partiti per Shangai e da lì, dopo alcuni giorni di acclimatazione, si sono distribuiti in città diverse fino alla Mongolia. La diciottenne Irene Bonati era tra loro; tornata a fine giugno, ha ripreso a frequentare (come il suo compagno di classe Lorenzo Baldassarre) la Scuola Svizzera di Roma, impegnata nell’anno della maturità. Della sua esperienza cinese ha voluto scrivere in una ‘tesina’in francese, di cui ci sono parse interessanti alcune pagine sulla vita quotidiana dei coetanei incontrati a Ma’anshan. Le riproduciamo, in traduzione, come testimonianza giovanile di un’esperienza che pensiamo non sarà dimenticata da chi l’ha vissuta e che può offrire spunti di riflessione a chi intende approfondire la controversa questione dei rapporti con la Cina.

LA CINA DI MULAN NON ESISTE PIU’

Nei miei ricordi più lontani la Cina è caratterizzata da venditori ambulanti, donne con i piedi fasciati, una fame costante, la figura disneyana dell’intrepida Mulan. Sono immagini queste di una Cina che non esiste più, perché la Cina è divenuta un Paese sviluppato. Le metropoli di Shangai, Beijing e Nanjing presentano edifici di altezza mostruosa, centri commerciali enormi, metropolitane perfettamente funzionanti. Ma la Cina cambierà ancora di più, molto di più. Sono sicura che, se dovessi tornare tra qualche anno a Ma’anshan, la cittadina in cui ho studiato per nove mesi, non la riconoscerei.

Pochi osano dubitare che il XXI secolo sia destinato a modificare profondamente la Cina odierna. L’importanza di questo ‘continente’ sale a dismisura. La Cina è ormai un colosso politico e militare, che fermenta di nuove tecnologie, anche se non rispetta i diritti umani e la natura. Non si può evitare di confrontarsi con lei.

La Cina ha anche una lunga storia, che incomincia molto prima della nostra. Noi e loro. Riusciremo a comprenderci veramente? Possiamo essere certi che le parole che noi utilizziamo abbiano per loro lo stesso significato che per noi? Sono domande sorte da secoli, problematiche che l’Europa ha conosciuto da quando padre Matteo Ricci (1552 – 1610), un gesuita celebre, è andato in Cina, diventando cinese tra i cinesi. Come tradurre ad esempio il nome di Dio nella lingua del Paese?

La distanza enorme tra i due mondi non è verificabile solo nella concezione dell’universo, ma anche nel funzionamento della società, nel ruolo fondamentale della famiglia. Tuttavia per Matteo Ricci la comunicazione proficua tra cinesi e occidentali è possibile. Al contrario, per il missionario protestante americano Arthur Smith (di ritorno dalla Cina nel 1894), è impossibile.


IL SUCCESSO COME OBIETTIVO PRIMARIO

Giusto chiedersi se oggi i giovani cinesi abbiano un rapporto con la cultura occidentale. Risponderò basandomi soprattutto sulla mia esperienza a Ma’anshan. Secondo me essi considerano importanti nella loro vita lo studio, la scuola, gli esami, i voti, i corsi extrascolastici, l’università, il lavoro: sintetizzando, ricevere una buona istruzione e ottenere un buon impiego. Gli aspetti che ho ricordato diventano sinonimi di successo, perché i cinesi cercano il successo nella loro vita: lo cercano senza risparmio di energie, lottano duramente per ottenerlo. I giovani cinesi sono tanti, la concorrenza è impegnativa e costante.

SI STUDIA…. E ANCORA SI STUDIA

Nella Cina che ho conosciuto, i giovani hanno una vita ricca di prospettive, che somiglia però molto a quella scandita da ritmi militari. I corsi incominciano alle sette del mattino (il lunedì alle sei e mezzo, dato che c’è l’alzabandiera) e si concludono alle sei di sera. Dopo il ritorno a casa, si mangia e poi si studia. Non si può guardare la televisione, con l’eccezione delle trasmissioni informative. Lo studio a casa può protrarsi fino alle due o tre di notte. Talvolta la mia sorella cinese non andava neppure a dormire e il mattino aveva gli occhi cerchiati, ma ugualmente trovava il coraggio di incominciare una nuova giornata di concentrazione nello studio.

Le classi hanno normalmente sessanta/settanta allievi e durante le lezioni non si sente volare una mosca. Quando entra il professore, tutti si alzano e abbassano la testa dicendo Laoshi hao (Buongiorno, professore) . Se qualcuno non ha fatto i compiti, il professore lo colpisce con un libro o addirittura glielo distrugge, perché, come dicono loro, non bisogna essere gentili con i cattivi studenti.

Alle nove e mezzo ci si massaggia gli occhi, dato che tutti i cinesi portano gli occhiali a causa della lettura degli ideogrammi. Poi ecco l’esercizio fisico del mattino, tutti fuori, insieme, nel cortile: tremila studenti che danzano al ritmo di una musica ossessiva. Di fine-settimana neanche a parlarne. Il sabato sera e la domenica mattina i giovani seguono corsi extrascolastici di matematica, fisica, inglese o chimica. Tutti sono contenti se d’inverno, per la neve, non riescono ad andare a scuola; in ogni caso il giorno perduto verrà recuperato durante un fine-settimana. In Cina non si conosce l’assenza per malattia (del tipo Ho la febbre, resto a casa): nessuno ha mai mancato un giorno di scuola per un po’ di febbre, perché ci si deve andare obbligatoriamente.

LA CORSA ALL’INGLESE

Quello che ho fatto è una descrizione della normale quotidianità dei giovani cinesi. Ma essi che cosa pensano di noi?

Mi ricordo del mio primo giorno di scuola in Cina. Quando sono entrata in aula, ho percepito e visto 120 occhi fissati su di me, come se fossi una creatura mostruosa. I miei compagni hanno incominciato a pormi domande sull’Italia, sulla scuola italiana, se si indossa un’uniforme, quanti esami ci sono… I nove mesi che ho vissuto a Ma’anshan mi hanno fatto capire che i giovani cinesi sono molto interessati alla cultura occidentale, a parecchi suoi aspetti. Per prima cosa vogliono imparare l’inglese. Lo imparano in un modo diverso dal nostro, perché studiano l’intero vocabolario e spesso anche tante parole inutili. Sono molti i cinesi che frequentano corsi extrascolastici di inglese, che contribuiscono a fare loro apprendere un inglese per noi pressoché incomprensibile, perfino per gli americani. Eppure i miei amici mi
dicevano sempre che amavano l’inglese, perché grazie a questa lingua possono viaggiare in America, Francia, Italia e Grecia (in genere sono i soli Stati occidentali che conoscono). Li interessa molto la possibilità di viaggiare fuori della Cina.

Tanti sono anche i giovani che leggono libri occidentali, classici come Robinson Crusoe. Tuttavia la mia sorella cinese mi diceva che la letteratura occidentale ha un fine diverso da quella cinese. I libri occidentali vogliono raccontare una storia, non si concentrano tanto sugli aspetti della natura e sui suoi elementi metaforici (la luna, le stelle, l’acqua). I giovani cinesi sono attratti anche dall’arte greca e ascoltano canzoni americane e inglesi, magari datate e sebbene non ne capiscano tutte le parole. Saper cantare in Cina è molto importante e saper cantare in inglese ancora di più. Molti guardano film occidentali, apprezzano pure la pizza (in versione cinese). In genere amano gli stranieri, vogliono imitarli e comunicare con loro.

IL PARTITO VIGILA

I giovani sono curiosi, ma c’è sempre qualcosa che li blocca, che crea una distanza tra noi e loro, una istituzione che cerca di mantenerli concentrati sulla Cina, che non offre loro i giusti mezzi e le giuste informazioni per aprirsi: è il governo cinese, è il Partito comunista cinese che controlla i massmedia, internet, tutto insomma. I cinesi non possono neppure scrivere nomi di nazioni (Cina, Italia) per commentare dei video su internet, come è uso in Occidente. La censura è onnipresente e tuttavia i cinesi in genere la vedono come qualcosa di positivo, che li protegge da cattive influenze estere. Quando Youtube e Facebook sono stati censurati in relazione ai conflitti con il Tibet e nello Xinjiang, nessuno ha detto nulla.

Il governo cinese cerca di istradare l’interesse nutrito dai giovani per la cultura occidentale. In effetti essi sanno poche cose, non sanno ad esempio dove si trovi esattamente l’Italia, che lingua vi si parli (di solito credono che sia l’inglese). Il governo descrive poi l’America e l’Europa come luoghi pericolosi, con scuole poco efficienti, con politici corrotti. Quando i miei amici mi chiedevano del sistema scolastico italiano (che è molto differente da quello cinese) e io ne illustravo qualche caratteristica, osservavano che certo avevo la fortuna di essere libera, ma essi comunque preferivano il sistema cinese che dava loro la possibilità di imparare meglio. I giovani cinesi sono molto attaccati al loro Paese e credono fermamente in un grande successo cinese per il futuro. Molti sono convinti che la Cina dominerà il mondo e che tutti impareranno il cinese. Sono certi di essere al centro del mondo e questo crea difficoltà nei rapporti con la cultura occidentale. Sanno di essere molto numerosi e credono perciò di aver bisogno di un individuo (un tempo Mao, oggi Hu Jintao) e di un partito (appunto il Partito comunista cinese) che guidino il Paese dando sicurezza, grandi prospettive per il futuro, possibilità concrete di migliorare il tenore di vita. L’Occidente? La curiosità c’è, ma le informazioni indotte di cui dispongono lo presentano sotto una luce culturalmente e socialmente poco positiva: centro del capitalismo e del denaro. Le prospettive? Chissà... Se la Cina dovesse andare sempre più verso un sistema capitalista, si porrà con forza la questione di un cambiamento del sistema politico, dell’instaurazione di una democrazia, di un riconoscimento dei diritti umani. Ma tali obiettivi sembrano al momento ancora molto lontani.