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A PROPOSITO DELLO SPOT ANTI-ABORTO AL SUPER BOWL

Modernità comunicativa dell’America cristiana

Daniela Delle Foglie

Modernità comunicativa   dell’America cristiana Chi si aspettava da Tim Tebow uno spot contro l’aborto, retorico e scontato, il 7 febbraio scorso ha dovuto ricredersi. Il video pro life promosso dall’organizzazione no profit Focused on the Family ha messo a tacere tutte le polemiche che avevano acceso il clima prima della messa in onda, prevista durante il Super Bowl, l’evento sportivo/televisivo più importante d’America.

Le associazioni pro choice statunitensi e le femministe a stelle e strisce avevano sbattuto i pugni per all’enorme visibilità di cui avrebbe goduto lo spot a favore della vita. Alla fine, però, il video è andato in onda e quel ragazzone, le cui gesta sul campo di gioco sono diventate memorabili quanto il suo costante impegno sociale, ha dato una lezione non solo a coloro che si erano mostrati prevenuti verso questo tipo di “promozione” della vita, ma soprattutto a chi quotidianamente si impegna proprio sullo stesso “campo di gioco”.

Lo spot trasmesso ha l’appeal estetico di un classico commercial americano: fotografia essenziale e accattivante, ironia e tempi comici rispettati e infine un messaggio breve e conciso.

Se solitamente le pubblicità cercano di vendere un prodotto, in questo caso il video cerca di comunicare un’idea, attraverso una storia di vita raccontata in poche parole. La scelta di una madre che ha deciso, a suo rischio e pericolo, di mettere al mondo un figlio che oggi, a distanza di anni, la continua a rendere felice.

Nel video vediamo la mamma di Tim, da sempre missionaria cristiana impegnata sul campo nell’aiuto verso il prossimo, che cerca di raccontare la storia della sua difficile gravidanza finché non arriva Tim a “placcarla” come in una qualsiasi azione di gioco. Il richiamo ironico al mondo del football è un perfetto appiglio che permette di rimandare gli spettatori al sito dell’associazione dove è possibile conoscere dettagliatamente la storia della famiglia Tebow.

Lo spot dell’associazione Focused on the Family non si è perso nel fitto magma televisivo dei tanti spot pubblicitari che durante il Super Bowl si comprano, a suon di milioni di dollari, una collocazione di tutto rilievo.
L’iniziativa dell’organizzazione si è meritata anche il rispetto di esponenti del movimento contrapposto. Tanto rumore per nulla? In parte sì, anche se per questa volta il “tam tam” mediatico ha almeno acceso i riflettori su una campagna sociale con fini nobili e rispettabili.

La verità è che nuovamente l’America cristiana si è dimostrata estremamente coraggiosa, sposando intelligentemente la modernità comunicativa.

Pensiamo a cosa succederebbe in Italia se il Movimento per la vita associasse una propria campagna sociale, ad esempio, a un evento come il Festival di San Remo. Immaginiamo se tra uno spot patinato di un’auto o di una compagnia telefonica, ci fosse uno spot altrettanto curato e intrigante che promuovesse la vita.

Semplicemente l’Italia si dimostrerebbe al passo con un Paese come l’America che non ha paura di mostrare tutte le sue facce, anche quelle apparentemente più scomode. Un Paese che offre pari opportunità di parola a tutte le sue anime, mettendo a disposizione anche il palcoscenico più importante.

Una nazione che è rappresentata, tra i tanti, anche da un quarterback che sul campo di gioco si presenta con scritti sul volto i versetti della Bibbia e che non si ritiene per nulla speciale. Anche se, per il resto del mondo, un po’ speciale lo è per davvero.