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CONTRO LA CULTURA DELLA RESA ALLA DROGA: NESSUNO E' IRRECUPERABILE

Don Chino Pezzoli: la grande falsità della droga come via per il successo

Giuseppe Rusconi

Don Chino Pezzoli: la grande falsità della droga come via per il successo Don Chino Pezzoli è un sacerdote dell’arcidiocesi di Milano, nato a Leffe (BG), non certo sconosciuto, ora settantacinquenne, che da tempo lotta concretamente, senza paura di sporcarsi le mani ogni giorno, contro il flagello della droga. Prete operaio, parroco a Poasco (frazione di San Donato Milanese), nel 1979 incomincia ad ospitare in canonica giovani emarginati. Due anni dopo, ai milletrecento metri di Castione della Presolana (BG), costituisce la prima comunità terapeutica e l’anno seguente viene fondata l’Associazione per la promozione e lo sviluppo umano (Fondazione dal 1998) a sostegno dei tossicodipendenti, minori in difficoltà, malati di Aids, emarginati in genere. In questi anni sono 30 i centri operativi aperti da don Chino: centri d’ascolto (oltre che in Lombardia, anche a Roma, Torino, Siena e Sassari), comunità (a San Donato Milanese, a San Giuliano Milanese, a Sassari, in provincia di Cremona, Bergamo, Lodi, Pavia. Dalla metà degli Anni Novanta è attiva la cooperativa “Alle Cascine”, che oggi ha otto punti di vendita di prodotti della Fondazione (derivati da coltivazioni, allevamenti e lavorazioni artigianali).

Don Chino Pezzoli è anche autore di una serie di libri che contengono il frutto delle sue esperienze sul territorio. Citiamo tra gli altri:Tuo figlio non è un hobby (ed. Gribaudi), Il fascino della normalità (ed. Pezzoli), Felicità… una meta possibile (ed. Pezzoli - prefazione di Vittorio Feltri), Dal bruco alla farfalla (ed. Fondazione Promozione e solidarietà umana - prefazione di Letizia Moratti), Genitori al timone (ed. Fondazione Promozione e solidarietà umana).

Siamo saliti a San Giuliano Milanese per incontrarlo e per conversare con lui sul sempre attualissimo ‘problema droga’, che oggi non è meno preoccupante rispetto agli Anni Ottanta: sono cambiati alcuni aspetti del problema, ma non sono per nulla diminuiti (anzi, semmai è accaduto il contrario) i danni sociali provocati dal triste fenomeno, purtroppo culturalmente sempre più tollerato. Al colloquio era presente anche don Mario Sozzi, di cui riportiamo pure alcune considerazioni espresse nell’occasione.



Don Chino, venendo da Roma in treno ho avuto modo di leggere con calma i giornali e vi ho trovato queste affermazioni del cantante Morgan, fatte in un’intervista al mensile Max: Io non uso la cocaina per lo sballo, a me lo sballo non interessa. La uso come antidepressivo... Avercene di antidepressivi potenti come la cocaina. Fa bene. (...) Io la fumo in basi (...) Me ne faccio di meno, ma almeno è pura. Ne faccio un uso quotidiano e regolare. Come giudica tali dichiarazioni?

Prima di tutto Morgan ha detto una grande falsità: la cocaina crea un circolo vizioso. Dà questa sensazione di forza, poiché è una sostanza psicoattiva, ma indebolisce il sistema neuropsichico. E la depressione si acutizza, si cronicizza, si estende sempre più.

Lei è sorpreso da tali dichiarazioni?

No, poiché Morgan e altri signori nel loro vissuto usano cocaina e devono giustificarlo dicendo che la cocaina fa bene.

Quale influsso hanno simili dichiarazioni sui comportamenti giovanili, già ‘istradati’ da testi musicali che esplicitamente o implicitamente inneggiano all’uso di droghe?

Hanno un’incidenza molto forte, poiché i nostri ragazzi non sanno analizzare criticamente messaggi di tal genere, messaggi che giungono da trasmissioni televisive o da testi di canzoni in voga o tramite internet. Purtroppo, essendo sprovvisti di criteri di valutazione, in tanti casi fanno propri tali messaggi e vengono a dirci: Anche il cantante XY dice che la cocaina non fa male... che il cannabinolo non fa male... che l’ecstasy non fa male... Basta saperli usare! Non riescono a capire che la droga non si usa, ma ti usa, si impadronisce della tua mente e ti rende schiavo.

Anche le cosiddette ‘droghe leggere’ sono pericolose, al contrario di quanto spesso si sente dire in giro da politici e uomini di spettacolo irresponsabili...

E’ un messaggio falso e deviante. Si sa benissimo ad esempio che il cannabinolo incide sugli stessi neurotrasmettitori su cui incidono altre sostanze come la cocaina. Il cannabinolo è stato anche modificato nel suo principio attivo, potenziato tanto che può causare o attizzare patologie schizofreniche. In questi vent’anni abbiamo incontrato ragazzi e ragazze caratterizzati da un comportamento schizofrenico, che non sarebbe mai stato attivato se non avessero fumato cannabis. Altri danni del cannabinolo riguardano la memoria: infatti paralizza o fa regredire il sistema mnemonico e quindi i ragazzi perdono velocemente quanto hanno appreso. In loro si manifesta quasi un’amnesia senile. Aggiungiamo la crisi motivazionale: i ragazzi perdono le motivazioni per vivere, si annoiano tremendamente, non riescono più a dare un senso alla loro vita. Cannabinolo: altro che una droga ‘leggera’!

Don Mario: Mi preoccupano molto le reazioni alle dichiarazioni di Morgan nel mondo dell’immagine, dell’apparire, del successo. Dal Grande fratello ai programmi di Maria de Filippi è tutta una corsa ad apparire in televisione... Questo Morgan è conosciuto soprattutto come ‘giudice’ in un programma di Simona Ventura, è uno che lancia messaggi per dire come si diventa qualcuno. Allucinante, perché i nostri ragazzi, quelli che vanno a cantare, quelli che sono lì ad attendere ansiosamente il loro turno, pensano che per essere notati, far colpo bisogna prendere le scorciatoie illusorie e nocive come la droga. Se per diventare qualcuno, è necessaria la striscetta... allora ce la facciamo! E’ un messaggio devastante, facile, che passa anche in trasmissioni come Zelig con le battutine sulla droga, in altri spettacoli ‘popolari’ in cui si ammicca alla droga con sketch fintamente comici: è una provocazione continua per la nostra gioventù... i messaggi viaggiano anche su internet, oppure sulle riviste patinate ad esempio attraverso certe star dello spettacolo pubblicizzate come Kate Moss... Ripeto: è allucinante. Poi magari ci arriva la ragazzina che dice di usare la cocaina per dimagrire e sempre ti ripete il ritornello: Se è necessario per avere successo.... Questa è la realtà, molto preoccupante. Bisogna dirle queste cose, bisogna spiegare ancora bene i danni della droga...


Riprende don Chino: I nostri ragazzi vanno alla ricerca di modelli, che non sono più quelli di una volta... i preti, le suore, i santi. I nuovi modelli sono i personaggi del mondo dello spettacolo; la loro immagine viene percepita in toto e valorizzata, anche se sono tossicodipendenti.

Don Chino, in una Sua ‘opinione’ recente Lei scrive: E’ giunto il momento in cui gli adulti, i ragazzi, i giovani devono sapere tutto sulla droga. Ma non dovrebbero già sapere tutto? In questi anni che cosa si è fatto?

Non sanno una cosa importantissima: la droga non va assolutamente usata, poiché, appena uno la usa, perde già le capacità di controllo, dato che il cervello si modifica biochimicamente...

Perché non lo sanno? Con tutte le campagne condotte...

Sì, però prevenire significa anche dire da parte delle istituzioni che la droga non deve essere assunta, poiché altrimenti vince sempre lei. Tante volte i ragazzi ci dicono: Ho incominciato per curiosità.... Ho incominciato, perché pensavo di poter smettere facilmente... Bisogna dire ad alta voce che non c’è mente che regga a queste sostanze distruttrici. Tanto è vero che come terapeuta non sono neanche più tanto del parere di andare a cercare le cause del drogarsi in motivi sociali.... Il più delle volte è la curiosità che spinge, il desiderio di fare come gli altri... Una vera trappola. Uno si sente dapprima un’altra persona, più forte, più vivace, fino a quando non c’è lo schianto neuropsichico disastroso.

Don Chino, in un’altra Sua ‘opinione’ dell’autunno scorso si è occupato dei cosiddetti drogati invisibili...

Ormai la droga è presente in tutti gli strati sociali. Non è più come quando iniziai trent’anni fa, quando avevo il ‘gruppo dei drogati’, degli eroinomani, che scappavano dalla società. Adesso il drogato vive nella società con la sua professione: può essere cardiochirurgo, pilota d’aereo, dirigente d’azienda... nessuno s’accorge fino a quando non succede l’incidente...

Vedi ad esempio qualche tramviere a Milano, autista di bus a Roma... e le conseguenze ricadono sulla famiglia, sulla società...

Si parla sempre poco del fatto che la cocaina prima porta alla depressione, poi al suicidio. Si legge che il tale si è sparato alla fronte o si è buttato dal balcone... sarà un raptus, un attimo di follia... in molti casi invece il suicidio è dovuto principalmente all’uso di sostanze psicoattive!

Ci si chiede se, prima di assumere una persona che ad esempio guidi professionalmente un tram, un bus, un treno, un aereo, un camion non sia ormai indispensabile sottoporla a un esame tossicologico...

Lo scrivevo ultimamente: si devono fare accertamenti prima dell’assunzione... si faccia poi periodicamente un esame del capello. Mi riferisco ad esempio agli autisti di Tir cocainomani, un vero pericolo pubblico! Poi si deve promuovere una svolta culturale seria: si deve pensare al recupero, non alla cronicizzazione dello stato di dipendenza. Oggi prevale la mentalità della cronicizzazione...

Mi ricordo negli Anni Novanta le grandi discussioni in Svizzera sulle famigerate ‘sperimentazioni con eroina’...

Oggi si danno al drogato psicofarmaci (evviva le ditte farmaceutiche!) così che la sua dipendenza sia ‘controllata’. Per noi la sua dipendenza è invece cronicizzata, perché il tossicodipendente non esce dalla sua schiavitù!

Però lo Stato favorisce in genere le strutture come i Sert, cronicizzanti, a danno delle comunità di recupero...

In Lombardia questo fortunatamente non succede, al contrario di altre Regioni. La Lombardia è la Regione più avanzata, apre le porte delle comunità al tossicodipendente; le altre Regioni invece mantengono il drogato nella dipendenza, non lo recuperano...

... con costi sociali altissimi!

Stiamo per aprire a Milano una grande struttura proprio per tossicodipendenti cronici, che da vent’anni assumono sostanze sostitutive e non reggono più...

Ma non sarebbe interesse primario dello Stato di recuperare alla dignità umana i tossicodipendenti, rompendo le catene che li legano alla droga?

La nostra cultura odierna non promuove la persona, ma materialisticamente l’individuo. Perciò lo Stato ti offre un servizio, senza curarsi se avvantaggi o danneggi chi se ne avvale.

Torniamo ai Suoi esordi. Come mai incominciò ad occuparsi di tossicodipendenti?

Ero già stato prete operaio, conoscevo il mondo della povertà tradizionale. Una sera conobbi quella nuova: stavo celebrando la messa a San Donato, quando entrò uno che si buttò su un banco. Chiesi subito al mio Capo: Che faccio adesso? Portai l’uomo in canonica, ne arrivarono altri, costituii la prima comunità. Poi gradualmente se ne aggiunsero altre in Lombardia e fuori. Allora i drogati volevano vivere morendo, oggi vogliono vivere drogandosi.

E allora il recupero diventa più difficile...

Quando noi proponiamo oggi in Comunità il fascino di una vita normale, non ci stanno. Per loro la normalità non è una vita fatta di dono, per loro la normalità è essere un personaggio, al di là del bene e del male. Recupero più difficile, minore aiuto dalle istituzioni in sede nazionale.

Che cammino propone Lei per il recupero?

Oggi abbiamo circa 500 ospiti, in crescita. Il 90% delle persone che giungono da noi è dipendente da sostanze sostitutive. Per liberarle da tale dipendenza abbiamo dapprima un programma di disintossicazione in comunità che dura un minimo di due mesi. Poi incomincia il recupero vero e proprio, con un programma di tre anni. Dapprima ci sono tre mesi di inserimento, con la cura particolare del fisico: ragazzi e ragazze devono mangiare, camminare, stare all’aria aperta, dormire. Poi nove mesi per il lavoro psicologico (Ma tu chi sei? Che devi fare per il tuo autocontrollo, la tua valorizzazione?) in altri centri, che noi chiamiamo evolutivi. Seguono dodici mesi di ‘responsabilità’ in una grande comunità che abbiamo in Sardegna, la Crucca, vicino a Sassari: lì vi sono 130-150 ragazzi divisi in gruppi. Devono capire se stanno prendendo coscienza dei propri atti. Alla Crucca troviamo 200 ettari di terreno coltivato, allevamento di animali di piccola e grossa taglia, un caseificio, un panificio, un pastificio, una falegnameria, un’officina meccanica. Finito l’anno, ne segue un altro di reinserimento in altre strutture. Ci sono alcuni mesi di ‘collaborazione’, mesi ‘affettivi’ in cui si aiuta chi sta appena iniziando il percorso in comunità; poi sei-sette mesi di reinserimento lavorativo. Abbiamo una rete di negozi alimentari, commercializziamo quanto produciamo, siamo attivi nell’edilizia, nell’informatica, nell’aiuto agli anziani, nel catering. Insomma in questi mesi si impara o reimpara una professione, per essere pronti a tornare a casa.

E dopo? Qual è il tasso di ricaduta?

Siamo abbastanza contenti, poiché dalle nostre ricerche sugli ultimi sette anni solo il 15% ricade. Ma siamo sempre pronti a riaccoglierli e a riprendere il percorso con loro.

(Foto di Federico Zinzi)


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