Daniela Delle Foglie
Quando ci si appresta a parlare di un film come Avatar bisogna munirsi di una certa prudenza per diverse ragioni: per prima cosa è il film più visto nella storia del cinema e quindi bene o male influenzerà il modo in cui le nuove generazioni guarderanno alla settima arte e in secondo luogo non si può non provare un certo senso di rispetto e di ammirazione per un regista che ha dedicato dieci anni della propria carriera alla realizzazione di un unico grande progetto.
Avatar è figlio della perseveranza di James Cameron (locchio dietro la cinepresa di film come Terminator e Titanic), delle innovazioni tecnologiche degli ultimi anni e della retorica narrativa che caratterizza da sempre un certo cinema americano, quello che vuole fare incassi e accumulare statuette più che far riflettere gli spettatori.
Non ci si può nascondere dietro gli avveniristici effetti speciali e il fascino luccicante del 3D per non riscontrareuneffettiva carenza autorale di un copione che sembra seguire alla lettera labc di un comunissimo manuale di sceneggiatura, mescolando i topos fondamentali dei film di guerra, delle pellicole sul colonialismo e della più classica fantascienza. Se si spendono dieci anni di lavoro per raggiungere una perfezione tecnica, perché non dedicare lo stesso tempo alla cura della sceneggiatura? Perché non offrire al pubblico una storia che abbia più sfumature, livelli e piani interpretativi?
Non è giusto educare il pubblico ad immagini davanguardia, invitarlo a richiedere al cinema una sperimentazione visiva sempre più avanzata e poi non stimolarlo a riflettere attraverso le storyline che compongono una sceneggiatura. Non parliamo di una complessità narrativa tipica del cinema dautore o del cinema indipendente; ma se la televisione americana ha scoperto gli espedienti attraverso i quali far pensare gli spettatori, perché il cinema contemporaneo non può fare altrettanto?
Bastano i primi minuti del film a far capire allo spettatore la divisione di ruoli fra i buoni e i cattivi e anche quale sarà lepilogo della storia. Gli uomini avidi e malvagi, spinti dalla voglia di sfruttare i giacimenti minerari di Pandora, invadono questo paradiso naturale, dove gli abitanti, i Navi, convivono empaticamente con tutte le creature, collegati in una grande rete che rimanda a una divinità sacra Eywa.
E strano come la natura fantastica di Pandora ricordi in realtà lattuale modernità: una vegetazione dotata di più luci intermittenti dei cartelloni pubblicitari di Times Square, una società di uomini collegati tra di loro in una rete che tanto ricorda il nostro web, sebbene la nostra connettività non abbia le stesse connotazioni religiose.
Lelemento più interessante di tutto il film è forse quello su cui più difficilmente cade lattenzione dello spettatore, ovvero la condizione di disabilità del protagonista. Jake Sully è infatti un ex marine sulla sedia a rotelle che prova la paradossale esperienza di trasferimento del proprio essere su un corpo altro, un fisico iper dotato. La scena in cui il giovane si ritrova per la prima volta nel corpo del suo avatar e prova di nuovo lebbrezza di una corsa su un paio di gambe è forse una scena insignificante rispetto allintero film e a ciò che rappresenta, eppure è la sequenza più emozionante e di maggiore intensità.
Ora magari bisognerebbe riflettere sulla scelta che il ragazzo compie quando rinuncia alla sua natura di terrestre imperfetto, in cambio di una vita da alieno perfetto. Perché certo, la sua decisione è dettata da motivazioni ideologiche e sentimentali, dopo essersi ritrovato innamorato di unaliena e indignato dal comportamento del genere umano, ma ciò non toglie che la trasformazione finale possa rappresentare qualcosa di più.
Come Pinocchio dal legno alla carne, così luomo dalla carne allavatar. La perfezione non è più nella vita umana, ma in quella virtuale.